Gli hipster degli anni '40 erano giovani, amanti del jazz e dei club più alla moda, sempre pronti a ballare e a divertirsi come il famoso Herry the Hipster Gibson. Foto: Wiliam P. Gottlieb (PD)
Gli hipster degli anni '40 erano giovani, amanti del jazz e dei club più alla moda, sempre pronti a ballare e a divertirsi come il famoso Herry the Hipster Gibson. Foto: Wiliam P. Gottlieb (PD)
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Un vero hipster si sposta sempre in bicicletta per non inquinare. Però essendo alternativo non basta una bici qualsiasi, serve la fixed, ovvero una bici a scatto fisso. Foto: pixabay.com (PD)
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Nonostante sia contornato dai gadget tecnologici più avanzati, l’hipster volge con malinconia lo sguardo al mondo analogico degli amplificatori in legno di una volta, alle radio a manopola, e soprattutto alle macchine fotografiche con il rullino scovate in qualche mercatino delle pulci di Berlino o più facilmente su Ebay. Foto: Markus Spiske / Flickr (CC)
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Per molti l’hipsterismo è una cultura persa nella riedizione superficiale del proprio passato, incapace di creare qualcosa di nuovo. Foto: pixabay.com (PD)
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Se tutti vogliono sembrare diversi dalla massa, tutti finiranno per essere uguali gli uni agli altri. O almeno, questo è il fenomeno descritto da un modello matematico diffuso recentemente. E dando un'occhiata potremmo tranquillamente dire che ha ragione. Stando a questa osservazione anche l’effetto hipster è il fenomeno collettivo non coordinato per cui le persone, nel tentativo di apparire diverse, finiscono per conformarsi tra loro. L’hipster è di sicuro la cultura giovanile dominante degli anni Zero del Duemila e ora che sta iniziando a tramontare, possiamo finalmente cercare di capirci qualcosa.

Una classe di curatori/creativi

La popolarità del termine è dovuta allo che identifica l’hipster contemporaneo: occhiali dalla montatura spessa, barbe incolte e baffi curati, meglio se all’insù, maglietta con il print, camicia da boscaiolo, sciarpe anche d’estate, bicicletta a scatto fisso, accessori vari, passione nostalgica per tutti i media analogici del passato, dal vinile alle polaroid, meglio se remixati in una app per smartphone. Una classe di curatori/creativi, come la definisce il più importante critico musicale vivente, Simon Reynolds, che lavorano in settori come l’Information Technology, i media, la moda, il design, l’arte, la musica e altre industrie dell’estetica. La posizione geografica non conta più: i membri dell’Internazionale Hipster si somigliano l’un l’altro più di quanto non somiglino a coloro ai quali abitano fisicamente vicino. Insomma, uno stile mutante, trasversale, transatlantico. O meglio ancora un melting pot di stili, costruito sull’appropriazione artificiale di stili differenti, provenienti da epoche differenti. Per molti l’hipsterismo è una cultura persa nella riedizione superficiale del proprio passato, incapace di creare qualcosa di nuovo. Ma nonostante le critiche e i numerosi articoli scritti riguardanti questa subcultura, la maggior parte non riesce ancora a capire cosa fosse questo hipster.

Le definizioni sono troppo spesso vaghe ed incomplete. La parola hipster è formata da hip che vuol dire aggiornato, all'ultima moda, moderno, con il suffisso ster, a significare la gente, cioé chi fa qualcosa. Quindi il significato nell'insieme diventa «chi si tiene aggiornato sull'ultima moda», chi segue la moda insomma. «Hipster» non è un termine che sbuchi dal nulla. I primi hipster americani erano ovviamente neri e sconvolgevano l’abbigliamento elegante bianco. La loro diversità ostentata non simboleggiava un banale anticonformismo fine a se stesso, ma il lucido e ostentato rifiuto di un’assimilazione peraltro non offerta, retaggio della segregazione su cui era strutturata la società americana. L’hipsterismo black si affiancava alla spregiudicatezza sessuale implicita nel jazz, terrore dei benpensanti razzisti, ma incantesimo per i giovani bianchi bohémien. Gli hipster degli anni '40 erano giovani, amanti del jazz e dei club più alla moda, sempre pronti a ballare e a divertirsi come il famoso Herry the Hipster Gibson. Personaggi come Herry si appropriarono degli stilemi della ribellione afroamericana per diventare quelli che vengono definiti i bianchi neri, che con i neri condividevano l’emarginazione e l’impossibilità di assimilazione. Allo stesso tempo, arrivava lo sdoganamento del blues e del soul nel rock, com’era già successo per il jazz e sarebbe successo poi per l’hip-hop. Insomma, musica nera spesso deliberatamente sbiadita per poter essere meglio venduta ai bianchi. Da qui parte un fiume che, attraverso la beat generation, si divide nei mille rivoli di altrettante subculture, a cui la Gran Bretagna darà il suo cospicuo contributo dagli anni Settanta in poi: hippies, surfers, rockers, bikers, mods, teddy boys, punks, skinheads, ravers. Nel frattempo, l’evolversi di queste tendenze viene sempre più cannibalizzato dai brand commerciali.

L’hipsterismo e i suoi tratti distintivi

L’hipster vive il suo secondo avvento negli anni Zero. In questa fase gli hipster sono riconosciuti come quelli che si attribuiscono il merito di aver scoperto una nuova tendenza culturale per primi. Sono gli early adopter della società dei consumi. L’orgoglio proviene dal saper decidere cosa è cool in anticipo sul resto della società, non più, come accadeva negli anni ‘50, dove l’orgoglio hipster risiedeva nell’adozione del be bop sperimentale come forma di resistenza al conformismo culturale dell’epoca. Eppure, dietro l’hipster contemporaneo, c’è la stessa voglia di riscatto sociale che animava l’hipster americano: entrambi sono outsider della società, che si costruiscono uno stile personale di consumo culturale per distinguersi dal resto della società e attribuirsi un nuovo ruolo sociale. In qualche modo, entrambi sono motore di ibridazioni culturali, solo che nel secondo caso, gli stili adottati dagli hipster sono stati subito intercettati dalla moda e dalla società dei consumi, impacchettati e brandizzati. L’hipster si distingue dagli altri soprattutto attraverso le proprie scelte estetiche, un’esigenza sociale che, nelle classi dominanti, ha cominciato a manifestarsi sin dall’alba della civiltà materiale e che trova nella figura ottocentesca del dandy e addirittura già nel rinascimento le proprie prime codificazioni.

Gli hipster sono nichilisti. Amano il kitsch, perché ammirando l’assurdo e le cose vecchie rinforzano la legittimità della loro eccentricità. Invece di fare delle cose ed avere delle passioni dettate dalla propria identità, al contrario è l’identità dell’hipster a costruirsi intorno a ciò che fa e a ciò che consuma. Questo comportamento è particolarmente importante per il marketing dei brand, perché quando un prodotto viene scelto dagli hipster acquisisce immediatamente maggior valore e desiderabilità nel resto della popolazione. L’hipster è la quintessenza del consumatore moderno. Nonostante sia contornato dai gadget tecnologici più avanzati, l’hipster volge con malinconia lo sguardo al mondo analogico degli amplificatori in legno di una volta, alle radio a manopola, e soprattutto alle macchine fotografiche con il rullino scovate in qualche mercatino delle pulci di Berlino o più facilmente su Ebay. Spendere 3000 euro per fare una cosa che potresti ottenere spendendone 15 è esattamente quello che farebbe un vero hipster. Per questo acquistano reflex come non ci fosse un domani senza neanche sapere cos’è un otturatore.

Musica e cinema hipster

L’hipster è ossessionato dalla ricerca dell’autenticità: nella musica, nelle relazioni, negli oggetti di design, nel cibo, nel cinema. Nella musica questa ricerca dell’autenticità si traduce ad esempio in un ritorno del vinile e del suono analogico. Le vendite di dischi in vinile negli Stati Uniti sono passate da mezzo milione nel 1993 a un milione nel 2007, per poi subire un’accelerazione negli ultimi cinque anni, raggiungendo 6 milioni di vendite nel 2013. Il ritorno del vinile è decisamente un sottoprodotto della smania di autenticità neo-hipster. Cosa dire poi del cinema? Se guardi Wes Anderson sei hipster, se guardi Tarantino sei hipster, se guardi Kubrick sei hipster, se guardi qualsiasi film in bianco e nero sei hipster, se guardi film muti sei hipster. Insomma, non rimane altro che spararsi Boldi e De Sica dalla mattina alla sera. E la musica? Ascoltare musica Indie (da independent e non mainstream) è diventato praticamente impossibile. Per non essere accusati di hipsterismo è necessario rinominare i titoli delle nostre canzoni preferite sostituendoli con quelli di pezzi di Justin Bieber o Lady Gaga. E per quanto riguarda i vizi? Fumare ed esempio. Sigari, pipa, sigarette rollate, sigarette in pacchetto morbido, sigarette normali, bocchino: tutto è oramai assorbito dal blob hipsteriano. Ci rimane solo il tabacco da fiuto. Anche la passione per i cibi organici e a chilometro zero ha la stessa radice: tutto quello che sembra autentico è apprezzato, ha valore, ed è dunque ricercato.

Bicicletta a scatto fisso

Il mezzo di locomozione preferito dagli hipster ha il manubrio. Un vero hipster si sposta sempre in bicicletta per non inquinare. Però essendo alternativo non basta una bici qualsiasi, serve la fixed, ovvero una bici a scatto fisso. Sono le biciclette più fashion in circolazione. Ultraessenziali, con telai dalle geometrie originali e componenti non convenzionali, spesso recuperate da qualche magazzino e poi rigenerate e rivitalizzate. Le biciclette a scatto fisso hanno i pedali che girano in solido con la ruota posteriore e su cui non si può mai smettere di pedalare, almeno finché si è in movimento. Realizzano la fusione totale del ciclista con la bicicletta, consacrano il binomio uomo-macchina al massimo livello di armonia. Ecco perché nascono senza freni e per rallentare o arrestarsi richiedono la sola forza delle gambe. Esattamente come per accelerare. Concepiti per le gare e gli inseguimenti su pista, questi telai hanno invaso le strade di mezzo mondo segnando con la loro filosofia minimalista una spaccatura profonda. C’è chi le ama, considerandole la massime espressione estetica del ciclismo. E c’è chi le odia, accusandole di essere inadeguate e pericolose per la circolazione in città e considerandole delle bici per fighetti. Hanno un solo rapporto e nessun meccanismo di ruota libera, non è perciò possibile pedalare in vuoto o all'indietro, ne smettere di pedalare, a meno che non si voglia rallentare bruscamente l'andatura. Per farlo bisogna imparare a schiddare, ovvero rallentare bloccando la ruota di dietro cosa che non proprio a tutti riesce bene.

New normal

Comunque sia l’hipster sta tramontando come fenomeno culturale anche nelle sue roccaforti. Dicono che questi sono gli anni della «normalità», celebrata in varie forme. E questo nuovo corso ha già i suoi critici. C’e’ chi la definisce la nuova mediocrità, denunciando l’incapacità della cultura contemporanea di inventare qualcosa di nuovo, dalla passerella ai romanzi e alla politica. In pratica ogni novità sarebbe solo una copia di mille riassunti. In questo senso il «new normal» è quasi un prodotto degli hipster degli anni 00, ma con una differenza non da poco: mentre quelli rubavano dalle sottoculture le idee e gli stili più elitari e superficiali per affermare disperatamente una diversità apparente, i «normali» del nuovo millennio recuperano dal passato valori e principi: la famiglia, contro l’individualismo dell’egocentrico hipster, il cibo sano ma «laico», contro la dittatura del bio, l’impegno politico, contro il cinismo del tutto-fa-schifo, e la fine dell’ambiguità sessuale come cifra stilistica. A ‘sto punto viene in mente Lucio Dalla, che in Disperato Erotico Stomp dichiarava quaranta anni fa «l’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale». Ma cosa vuol dire essere normali? Questo poi è un’altro capitolo.

Foto: Christopher Michel / Flickr (CC)

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