Foto: MMC RTV SLO
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Viene indicato in Italia come uno dei temi su cui si gioca il futuro del governo italiano, ma sicuramente, cosa più importante, sul Recovery plan su gioca il futuro dell’intero paese.
Si tratta di un fiume di denaro: 196 miliardi di euro, che dovranno essere utilizzati per progetti infrastrutturali e aiuti, con un piano particolareggiato e seguito costantemente dall’Unione europea.
Proprio il piano è uno dei problemi, perché, nonostante la continue trattative, non c’è ancora accordo nella maggioranza. Giuseppe Conte aveva promesso una versione definitiva a febbraio, e l’ultima versione prevede un innalzamento al 70 per cento, pari a 136 miliardi, delle risorse dedicate agli investimenti, tagliando quella impiegata per bonus e sussidi.
Ci sarebbero poi 125 miliardi aggiuntivi, 105 in più rispetto a quelli previsto nel piano originale, composti da 68 miliardi di sovvenzioni europee a fondo perduto e di una quota di prestiti. Allo studio anche una clausola che dovrebbe garantire al Mezzogiorno il 40 per cento degli impegni di spesa.
Al di là degli scontri sulle quote da assegnare alla sanità e alle altre voci, rimane sullo sfiondo anche la questione della tenuta finanziaria del paese: per quanto bassi e contenuti dalla politica della Bce, sulla maggior parte di questo fiume di denaro l’Italia dovrà pagare degli interessi, con un debito che schizzerà alle stelle nei prossimi anni. Un debito che probabilmente rimarrà sulle spalle delle generazioni future per decenni, condizionandone inevitabilmente lo sviluppo.
Si punta anche all’uso dei fondi strutturali europei, per aumentare le risorse per la sanità o la digitalizzazione delle scuole, fondi che fra l’altro non aumentano il debito.
Quella del debito e dell’uso dei fondi non è però l’unica questione delicata sul tavolo: non è infatti ma stato definito il tema della governance, che Conte voleva affidare a un gruppo di esperti esterno, ma che Italia Viva e il Pd non intendono delegare in toto a Palazzo Chigi, per non parlare del ricorso al Mes Sanitario, un tormentone che non smette di animare le stanze del governo. Il ministro dell’economia Roberto Gualtieri non lo esclude, perlomeno in parte, 12 miliardi anziché i 36 a disposizione, anche Renzi chiede di accedere a quel fondo, ma si tratta di una sorta di tabù per i 5 Stelle, che chiedono invece l’aumento delle risorse previste per la Sanità.
Rimane poi da valutare l’atteggiamento di Bruxelles, che attende il piano, ma che ha già posto alcune riserve sulle bozze in discussione: fra le altre cose la vocazione green dei progetti, soprattutto riguardo alle infrastrutture, campo in cui l’Italia prevederebbe un forte impegno su ponti e strade, anziché su trasporti più ecologici come i treni, ma anche l’eccessivo numero di microprogetti e bonus.

Alessandro Martegani