Seduto in aereo con la Bandiera boliviana sulle ginocchia. Se ne va così il presidente Evo Morales dal paese. La scena sembra essere quella descritta in un capitolo de “L’autunno del patriarca” di Gabriel García Márquez. Si chiude così una fase travagliata del post voto nel paese andino.

“Morales ha accettato l'asilo politico offerto dal Messico – precisa Claudio Madricardo, profondo conoscitore della realtà boliviana e del presidente Evo Morales. Va dato atto al governo messicano di essere riuscito allo stesso tempo a offrire a Morales una via d'uscita dignitosa, ma anche a togliere al paese una presenza che rischiava di essere assolutamente problematica”.

“Nel momento in cui Morales è partito, ha twittato che ha tutta l'intenzione di tornare più forte di prima nell'agone politico boliviano: tutto è possibile vista la caratura del personaggio, che è uno “cojonudo”, cioè uno con gli attributi, ma è oggettivamente difficile immaginarlo, anche alla luce del rapido sgretolarsi del suo sistema di potere. É crollato tutto come un castello di carte”.

“Va ricordato che Morales è stato è stato messo in scacco ed è stato costretto ad andarsene da manifestazioni popolari, capeggiate dai giovani a cui si è aggiunto anche il responso dell’Organizzazione degli Stati Americani, a cui Morales stesso aveva chiesto di fare un riconteggio, dopo le polemiche che sono seguite alle elezioni presidenziali dove Morales si è proclamato vincitore. Alla fine le elezioni sono state giudicate non valide a causa dei numerosissimi brogli".

“I brogli nel sistema elettorale boliviano sono direttamente imputabili al governo: il tribunale supremo elettorale, che è l'organo che ha gestito il tutto, è un organismo di nomina politica, quindi è controllato dallo Stato. Morales ha gridato al colpo di stato, ma dobbiamo ricordare che è lui che ha messo in atto un lungo colpo di stato sin dal 2016, quando un referendum ha bocciato la richiesta di la modifica della Costituzione, che prevedeva soltanto due mandati, presidenziali.”

“Morales se ne è impipato ampiamente dell’esito della consultazione e non ha avuto rispetto dell'esito di queste elezioni. E’andato contro il volere della maggioranza, per quanto risicata, del popolo boliviano che gli aveva detto “basta”. Il 20 ottobre, quando si è chiarito che il risultato non era quello voluto è stato bloccato il flusso dei dati per 24 ore in cui è successo di tutto e di più: alla fine l’Organizzazione degli Stati americani ha detto che sono stati commesse delle irregolarità assolute, Dichiarando non valide le elezioni.”

Sulla stampa, soprattutto su quella di sinistra, si parla di un colpo di stato fascista ordito da destra da una destra populista bianca e oligarchica con la connivenza degli Stati Uniti…

“Io non escludo che all'interno di un movimento di massa, che si è manifestato in tutte le città maggiori boliviane ci sia anche questa componente, una componente abbastanza inquietante che fa capo a Luis Fernando Camacho, che è un leader espressione del mondo imprenditoriale di destra e che in Bolivia viene visto come l’uomo del presidente brasiliano Bolsonaro. Camacho finisce e inizia suoi comizi con l'invocazione a Dio, al Supremo, al Todo Poderoso, con i crocifissi (e ricorda qualcuno in Italia). È evidente che c'è anche questa componente, ma c'è anche una componente fortissima di giovani che si sono ribellati contro un sistema che è accusato di essere corrotto. Morales è stato alla guida della Bolivia per 14 anni e pur avendo fatto moltissime cose, portando al paese uno sviluppo per molti anni, è evidentemente è giunto il momento in cui è visto come un ostacolo, come una figura autoritaria”.

“Non tutta l'opposizione è rappresentata da Camacho, il secondo arrivato alle elezioni del 20 ottobre è Carlos Mesa, che era stato Presidente dal 2003 al 2005 ed è un personaggio di centro-sinistra, moderato, non è assolutamente apparentabile alla destra. I giornali della sinistra che lanciano l’idea di un colpo di stato, non fanno altro che confondere la situazione, addossando la colpa dell’accaduto all’opposizione, in realtà invece è Morales che ha cercato d’imbrogliare le carte.”

“In Bolivia in questo momento parlano di “colpo di Stato” perché per le strade ci sono esercito e polizia. Sono lì perché l'unica autorità eletta ancora esistente in Bolivia, che è la presidente del Senato, ha chiesto esplicitamente loro di presidiare le strade e mettere fine al disordine.

“L’unica strada possibile è che la Bolivia possa imboccare un processo, come vorrebbe la presidente del Senato, che porti il paese a una nuova consultazione, in un quadro democratico, altrimenti ci sarà unicamente lo scontro, il bagno di sangue”.

“Che Morales abbia accettato di partire per il Messico è sicuramente un dato positivo, perché toglie un aspetto assolutamente divisivo nella situazione boliviana: si spera che anche il suo partito, il MAS,o quello che ne rimane, possa esprimere una candidatura diversa dalla sua, dando per scontato che è impossibile per Morales ricandidarsi un'altra volta”.

Stefano Lusa

Foto: Reuters