Per ora non s'intravvede una via d'uscita diplomatica alla crisi del Venezuela che ha varcato i confini del paese ed è diventata terreno di scontro fra le potenze internazionali.
Dopo gli scontri degli ultimi giorni, e la nuova presa di posizione del presidente dell'Assemblea nazionale Juan Guaidó contro Nicolas Maduro, ci sono state quattro vittime fra i manifestanti contrari all'attuale presidente, fra questi due ragazzi di 14 e 16 anni, morti in seguito a ferite d'arma da fuoco. I militari della Guardia nazionale avrebbero fatto anche irruzione nella chiesa di Nostra Signora De Fatima, a San Cristobal lanciando lacrimogeni tra i fedeli.
Maduro ha anche ordinato l'arresto del leader dell'opposizione venezuelana, Leopoldo Lopez, che si è rifugiato con la famiglia nella residenza dell'ambasciatore spagnolo a Caracas.
Maduro di fatto controlla ancora l'esercito, ma Guaidò sembra deciso a imprimere un'accelerazione alla crisi, contando sull'appoggio degli Stati Uniti e di altri paesi che puntano a destituire Maduro, accusato di esser stato rieletto alla presidenza truccando le elezioni, e a un nuovo voto.
Le distanze fra Washington e Mosca sul Venezuela sono però ampie. Il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, non ha escluso un intervento armato, per porre fine "alla repressione del del popolo venezuelano", ha detto, un'ipotesi definita subito una violazione del diritto internazionale da parte di Mosca. Pompeo e il suo omologo russo, Serghej Lavrov, dovrebbero incontrarsi la prossima settimana, ma lo stesso Lavrov ha definito le posizioni dei due paesi "incompatibili al momento".
Contro l'opzione militare però si sono espressi anche i paesi europei come l'Italia: il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, ha invitato a lavorare silenziosamente, favorendo una mediazione tra le parti "che possa portare il popolo venezuelano a esprimersi con un voto libero".

Alessandro Martegani

Foto: Reuters